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mercoledì 28 settembre 2016

Rifugiati ambientali, "La sfida di oggi"

Il tema dei migranti è da tempo al centro del dibattito internazionale, condizionando l’opinione pubblica in direzione fortemente xenofoba. All’interno della vasta categoria dei migranti si trovano i rifugiati ambientali, coloro che non possono più garantirsi mezzi di sostentamento sicuro nelle terre d’origine a causa di siccità, erosione del suolo, desertificazione o altri problemi climatici, e sono quindi obbligati a spostarsi in un altro Paese. “La situazione non viene affrontata, se ne parla pochissimo – denuncia Stephane Jacquemet, Responsabile Unhcr dell’Europa Meridionale – basti pensare che un qualsiasi evento che non causi almeno tre milioni di sfollati non viene considerato ‛grave´ dalle Nazioni Unite”. A non facilitare le cose si aggiunge il diritto internazionale secondo cui, nella Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati del 1951, non è considerato rifugiato chi fugga dal proprio Paese per cause legate al degrado ambientale.

Per riflettere su questo tema segnaliamo la lettura del libro di Andrea Merusi dal titolo “La sfida di oggi. Il cambiamento climatico e il rapporto tra uomo e natura” 

martedì 27 settembre 2016

Quattro Giornate di Napoli, nel ricordo di un testimone

Le Quattro giornate di Napoli (27-30 settembre 1943) furono un episodio storico di insurrezione popolare avvenuto nel corso della seconda guerra mondiale tramite il quale, i civili, con l'apporto di militari fedeli al cosiddetto Regno del Sud, riuscirono a liberare la città partenopea dall'occupazione delle forze armate tedesche.
L'avvenimento, che valse alla città di Napoli il conferimento della medaglia d'oro al valor militare, consentì alle forze Alleate di trovare al loro arrivo, il 1º ottobre 1943, una città già libera dall'occupazione nazista, grazie al coraggio e all'eroismo dei suoi abitanti ormai esasperati ed allo stremo per i lunghi anni di guerra. Napoli fu la prima, tra le grandi città europee, ad insorgere con successo contro l'occupazione nazista.

Ripercorriamo insieme a Camillo Albanese, autore del libro dal titolo “Napoli e la seconda guerra mondiale” quei giorni tanto drammatici ed eroici.

"Torniamo a Napoli. Il 20 settembre, all’altezza di Capri, si videro delle navi che sembravano far rotta verso Napoli; si ritenne che lo sbarco delle truppe anglo-americane fosse ormai imminente. Il comando germanico, in previsione dei combattimenti che si sarebbero avuti in seguito allo sbarco e per impedire che i napoletani potessero affiancare le truppe anglo-americane, ordinò l’evacuazione di tutta la fascia costiera da Punta della Campanella fin quasi a Sorrento. Immaginate a quanti altri disagi fu sottoposta la popolazione della zona costiera. Fiumane di persone furono fatte sloggiare dalle proprie abitazione e costrette a rifugiarsi nel retroterra senza sapere dove poter trascorrere la notte, dove e quando poter mangiare e bere; tutto questo accadeva mentre il colonnello Scholl, avendo constatato che il bando del 22 settembre (con il quale aveva ordinato il reclutamento di tutti i giovani) era stato disatteso, emanava un ultimatum tre giorni dopo. (…)
Nei giorni che seguirono si videro scene drammatiche, interi caseggiati circondati, uomini strappati dalle loro case, ammassati per strada sotto la minaccia dei mitra che ogni tanto facevano sentire la loro sinistra voce per aumentare il terrore e dissuadere i parenti ad avvicinarsi. L’intensificarsi dei rastrellamenti portò in quei giorni a razziare circa ottomila persone, buona parte delle quali furono mandate nel campo di concentramento di Capodimonte, altre consegnate agli uffici di polizia italiani perché venissero accompagnati ai centri di raccolta. Molti commissariati, invece di eseguire l’ordine, lasciarono liberi i malcapitati fornendo loro anche armi. (…)
All’alba del 28 la rivolta scoppiò quasi contemporaneamente in vari punti della città; la cosa sorprendente fu che non era stata organizzata, non c’era un piano strategico generale, una mente coordinatrice. Ciascun gruppo agiva all’interno del proprio quartiere e non era in contatto con altre formazioni. Ciò se da un lato poteva rappresentare un limite, dall’altro permetteva ai partigiani di muoversi con sicurezza tra le strade e le stradine della loro zona, di cui conoscevano i rifugi, i vicoli senza sbocco, i fondachi, i portichetti, quindi erano avvantaggiati rispetto al nemico.
Data questa situazione, si procedeva a compartimenti stagni ma non furono rari i casi in cui ci furono sconfinamenti nelle aree limitrofe quando ci si accorgeva che occorreva rinforzare le postazioni.
Da quanto è dato sapere, la scintilla scoppiò in un vicolo del quartiere Avvocata. Qui una pattuglia tedesca sfondò il portone di un calzaturificio per forniture militari e si dette a saccheggiarlo. Gli abitanti della zona, inferociti, cominciarono a sparare sui militari, che risposero al fuoco. A quel punto non si capì più nulla: si sparava da tutte le parti, dai portoni, dalle finestre, dai balconi, dagli angoli delle strade. Una giovane donna, Maddalena Cerasuolo, detta Lenuccia, fu l’eroina di quello scontro (fu poi insignita della medaglia di bronzo). La ragazza, senza preoccuparsi dei proiettili che le sibilavano intorno, correva avanti e indietro per rifornire di bombe a mano i combattenti.
Nella stessa ora l’insurrezione scoppiò nei quartieri più popolari di Napoli: il Vasto, la Sanità, la zona della Stazione e di seguito, a poca distanza di tempo, in piazza Cavour, via Duomo, corso Umberto, piazza Plebiscito, all’incrocio del Museo, là dove convergono quattro strade: via Salvator Rosa, vie Enrico Pessina, via Museo, via Santa Teresa. (…)
“Fu – secondo la testimonianza di Antonino Tarsia in Curia – una guerriglia accanita e spietata condotta con estrema violenza nella quale gruppi, gruppetti e persino individui isolati sostennero azioni cruente – determinate da contingenze di luogo e di tempo – le quali ebbero una continuità nel loro svolgimento dovuta, più di ogni altro, al frazionamento delle forze tedesche su tutto il territorio della città di Napoli”.
La sera del 28, Napoli si presentava come un campo battaglia. Il popolo, guidato soprattutto dall’odio verso i nazisti prodotto dalla sofferenza per le iniquità subite, ora li costringeva a ritirarsi. I successi degli scontri, nonostante i tanti morti e feriti, esaltarono ancor più gli animi, caricando di maggior foga le azioni guerresche. Si continuava a combattere in via Santa Teresa, dove all’altezza di Materdei furono erette barricate sia disselciando la strada sia rovesciando una vettura tranviaria; qui gli scontri durarono tutta la notte tra il 28 e il 29. Anche via Salvator Rosa fu sbarrata da imponenti barricate, che impedirono il transito ai carri armati nemici.


La mattina del 29 settembre la rivolta armata scoppiò in tutto il Vomero e nelle zone adiacenti e fu condotta con coraggio e determinazione. C’erano tedeschi asserragliati negli edifici di via Kerbaker, via Solimena, via Cimarosa, piazza Medaglie d’oro e nella palazzina del campo sportivo e si difendevano come potevano dagli assalti dei partigiani, mentre in piazza Vanvitelli, via Alvino, la Pigna, piazza Leonardo, Cappella dei Cangiani gli scontri avvennero in campo aperto.
Era l’alba e in via Kerbaker c’era un gruppo di nazifascisti che sparava da una finestra del quarto piano. I partigiani risposero al fuoco, erano allo scoperto, due furono gravemente feriti, se ne salvò solo uno. Quando fecero irruzione nell’appartamento, i nemici erano fuggiti per i tetti, lasciandosi dietro macchie di sangue e una vecchia in preda al terrore.
In via Solimena furono messi in fuga alcuni tedeschi che, con una mitragliatrice messa su un davanzale di un abbaino, sparavano all’impazzata. L’operazione costò la vita a un partigiano.
Due giovani militi fascisti che montavano la guardia alla sede del fascio, in via Cimarosa, furono disarmati e massacrati di botte.
Una postazione, annidata nel palazzo detto il Transatlantico, in piazza Medaglie d’oro, fu messa a tacere con un’abile azione.
Un intenso combattimento si svolse intorno al campo sportivo durante tutto il 29. Circa sessanta tedeschi, comandati dal maggiore Sakau, erano rinchiusi nelle due palazzine all’ingresso del campo; avevano 47 ostaggi e sparavano senza sosta contro i partigiani, che avevano preso posizione nei fabbricati di fronte. In rinforzo ai partigiani arrivò una camionetta guidata dal vigile del fuoco Mario Canessa, con a bordo una mitragliatrice. Il vicebrigadiere dei carabinieri Vincenzo Pace saltò sulla camionetta, mise in posizione l’arma e concentrò il fuoco verso il nemico. Pace, dopo poco, venne ferito e il suo posto fu subito preso da un altro. I combattimenti continuavano. Erano le 18,00 quando dall’ingresso del campo apparve il maggiore Sakau preceduto da una bandiera bianca e circondato da altri militari. I partigiani s’avvicinarono, uno di loro conosceva il tedesco. Il maggiore chiese di cessare il fuoco e di lasciar passare i suoi uomini, minacciando l’uccisione degli ostaggi. La controproposta dei partigiani fu: “O la resa o continuare a combattere”. Sakau scelse la seconda soluzione. La sparatoria continuò ancora per un’ora ma poi riapparve dal cancello del campo a bordo di una camionetta con bandiera bianca portata da un suo subalterno. Si riaprirono le trattative; il maggiore disse che per arrendersi occorreva l’ordine del comandante Scholl che risiedeva all’albergo Parco in corso Vittorio Emanuele, eletto a quartiere generale. Mentre si stava decidendo il da farsi, l’autista, pare preso dal panico alla vista di alcuni uomini armati fece esplodere una bomba a mano che mise fuori uso l’automezzo. Con un’altra macchina la delegazione tedesca, disarmata, venne portata in corso Vittorio. All’albergo Parco regnava il caos più totale, fervevano i preparativi per la fuga. In breve fu raggiunto l’accordo: i 47 ostaggi sarebbero stati liberati e i tedeschi sarebbero stati lasciati liberi di partire. Intorno alla mezzanotte rientrò al campo sportivo la delegazione, l’accordo fu mantenuto da tutte e due le parti e i tedeschi partirono su tre autocarri. Nella battaglia del campo sportivo persero la vita sette civili.
Piazza Vanvitelli divenne l’epicentro dei combattimenti. Quadrivio strategico per i belligeranti, lì si concentrarono i partigiani provenienti dalle strade circostanti. All’angolo di via Luca Giordano una mitragliatrice tedesca sputava fuoco a ripetizione, fermando l’assalto dei partigiani; uno di essi, uscito allo scoperto, si lanciò contro ma una raffica lo ferì mortalmente. Gli scontri continuavano. Dopo circa due ore di combattimenti, verso le 17,30 un fortissimo temporale sembrò placare gli animi: cessarono gli spari ma, finito il temporale, i tedeschi ripresero a scorrazzare nella zona e due autoblindo sparavano su ogni cosa si muovesse. I due mezzi furono fermati da bombe a mano lanciate dalle finestre.
Durante la notte i tedeschi a piedi o motorizzati gridavano: “Italiani non sparate”. Un grido esplicativo del loro stato d’animo.
Sempre il 29, intorno alle nove del mattino, i partigiani intercettarono una camionetta tedesca che rimorchiava un’automobile. Ordinarono l’alt ma la camionetta proseguì accelerando. Fu inseguita con un’altra vettura e, raggiunta, cominciò la sparatoria; i tedeschi rimasero feriti e furono fatti prigionieri.
In via delle Pigne i partigiani furono alle prese con delle mine, che se scoppiate avrebbero gravemente danneggiato i palazzi del circondario. Riuscirono a toglierle sotto il fuoco nemico e a buttarle in un pozzo adiacente. La sera, poi, vedendo passare un’autocolonna nemica, si predisposero per impedirne il transito. Forti di una mitragliatrice e con l’appoggio di altri gruppi di partigiani armati di mitra e bombe a mano, la partita si chiuse a vantaggio dei napoletani.
Il 29, a mattina inoltrata, gli scontri si fecero aspri in piazza Leonardo. I partigiani per impedire ai tedeschi, provenienti da piazza Medaglie d’oro, di raggiungere via Salvator Rosa, fortificarono la zona e appena videro passare il primo autocarro, armato di mitragliatrice, aprirono il fuoco costringendo gli occupanti a darsi alla fuga. Stessa sorte toccò a un altro automezzo che fu abbandonato, come il primo, nelle mani dei partigiani.
A Cappela dei Cangiani i tedeschi, per garantirsi il transito senza pericolo, dettero luogo a una perquisizione dei fabbricati e presero dodici ostaggi. Li trascinarono per strada e stavano per fucilarli quando un commando di partigiani intervenne a liberarli.
La sera del 29 settembre, mentre i partigiani del Vomero attendevano la delegazione tedesca con l’autorizzazione del colonnello Scholl a trattare la resa, si riunirono nei locali del liceo Sannazzaro per la formale costituzione di un comando dei partigiani. Per acclamazione fu nominato capo del comando Antonino Tarsia in Curia e alla formazione, priva di colore politico e avente solo scopo patriottico, fu dato il nome di Fronte unico rivoluzionario, con sede nel liceo. Si procedette a dare un minimo di organizzazione alla neonata compagine e a risolvere i problemi più urgenti. Tra questi, quello di fornire viveri ai partigiani, digiuni dal mattino. Fu composta una squadra per il reperimento di qualunque cosa fosse commestibile. Con le buone e con la forza si riuscì a racimolare razioni sufficienti per sfamare circa duecento persone.
Un altro reparto di partigiani fu incaricato di dare la caccia alle spie e ai gerarchi fascisti annidati nei vari appartamenti. Compito che fu assolto secondo le precise direttive di Tarsia.
Spuntava l’alba del 30 settembre, l’epopea delle Quattro Giornate stava per concludersi. Nel liceo Sannazzaro si decise di emanare un’ordinanza per dissuadere i male intenzionati ad azioni non in linea con i programmi del Fronte. Il proclama, a firma Tarsia, così recitava:

“Assumo temporaneamente i poteri civili e militari.
Ciascuno faccia scrupolosamente il suo dovere, la disciplina deve essere assoluta. Sono vietate tutte le manifestazioni che turbano l’ordine pubblico. I negozi debbono rimanere aperti: squadre d’azione rivoluzionaria sorveglieranno la disciplina e la vendita nei pubblici esercizi.
Napoli, 30 settembre 1943”.

Lo stesso giorno il tenente colonnello Felicetti si recò al comando del Fronte prospettando lo stato d’inedia della popolazione e la possibilità di rimediare con un carico di circa cento quintali di farina; per trasportarli, però, chiedeva due automezzi. L’ufficiale era conosciuto per la sua serietà ma, date le circostanze, la diffidenza non era troppa. Ebbe i suoi camion con la raccomandazione di portare a termine la missione, pena una severa punizione.
Cominciò il lungo viaggio dei due camion, che si manifestò pieno d’insidie e di pericoli. Giunti a un mulino che sorgeva ai margini del campo d’aviazione di Capodichino, entrarono da un portone laterale in maniera che i tedeschi, ancora sulle piste e negli hangar, non riuscissero a vederli. Mentre stavano ultimando il carico, tuttavia, s’accorsero che i militari stavano per intervenire. Solo la prontezza di spirito di Felicetti salvò il salvabile: lasciò il camion ancora non completo e partì con quello pieno attraverso strade impervie che solo lui conosceva. Fu un viaggio pericoloso perché dovette evitare tutte le zone dov’era prevedibile fare brutti incontri. Il viaggio durò dieci ore ma l’ufficiale italiano riuscì a portare a destinazione un camion di farina, che fu provvidenziale. I panettieri furono mobilitati e riuscirono a produrre pane per gli abitanti del Vomero in ragione di cento grammi a testa.
Nel pomeriggio del 30 settembre ci fu un tentativo da parte di un console fascista e dei suoi uomini di assaltare la sede del Fronte unico rivoluzionario. I partigiani, preventivamente avvisati del blitz, predisposero le forze in modo tale che quando arrivarono i fascisti ebbero un’accoglienza talmente rumorosa che se la dettero a gambe disperdendosi senza lasciare traccia.
Il tramonto aveva concluso il suo breve ciclo e la sera declinava verso il desiderio della notte. La città, stanca, sembrava sonnolenta. I partigiani avevano disposto le ronde in luoghi strategici. Le sparatorie dei giorni e delle ore precedenti erano cessate; solo qua e là qualche colpo isolato, ultimo rantolo d’una battaglia morente.
In lontananza si sentiva il tuono dei cannoni. Lo scontro era adesso tra l’armata tedesca in ritirata e quella anglo-americana che avanzava. Anche le navi da guerra americane e inglesi contribuivano a quel fragore rassicurante. In cielo i proiettili traccianti, i razzi illuminanti, lo scoppio di granate offrivano uno spettacolo che si sarebbe potuto definire piacevole se non avesse nascosto distruzione e morte. Con questa scena calava il sipario sulle Quattro Giornate di Napoli, 76 ore di combattimenti, dal mattino del 28 settembre all’alba del primo ottobre, che costarono la vita a 178 partigiani e il ferimento di 162".


mercoledì 17 agosto 2016

#Aigues-Mortes, quante e quali vittime, di Enzo Barnabà

Ogni tanto, un giornale, una rivista o un sito internet decidono di occuparsi del massacro avvenuto ad Aigues-Mortes il 17 agosto 1893; approssimazioni e imprecisioni vengono non di rado diffuse presso il grande pubblico come verità. I fatti, com’è noto, si svolsero nelle saline della città dove i circa 500 italiani (400 stagionali provenienti soprattutto dal Piemonte e dalla Toscana e 100 già immigrati in Francia) ivi convenuti per la breve stagione della raccolta del cosiddetto oro bianco furono aggrediti con inaudita violenza.
Viene immancabilmente affermato che gli autoctoni erano esasperati perché la Compagnia delle Saline preferiva assumere gli italiani i quali offrivano le loro braccia a un prezzo più basso. Un’affermazione di apparente buon senso, ma falsa perché agli immigrati veniva rimproverato esattamente l’opposto: si lavorava a cottimo – “la peggiore forma di concorrenza tra lavoratori” aveva dichiarato appena una settimana prima il Congresso dell’Internazionale Socialista tenutosi a Zurigo – e gli italiani si distinguevano per l’energia dispiegata: erano venuti a fare la stagione per riportare a casa il gruzzolo più consistente possibile. La Compagnia, inoltre, non assumeva nessuno, non conosceva neppure il nome degli operai; trattava con i caporali – francesi o italiani che fossero – i quali le rivendevano con lucro il lavoro altrui.
Il numero dei morti viene talvolta definito “incerto”, talaltra viene fatto variare “tra i 15 e i 120”, spesso si riporta come attendibile la cifra di 50 vittime avanzata dall’“autorevole Times di Londra”. In alcuni casi, a queste vittime italiane, vengono aggiunti 4 morti da parte francese. In questo generale annaspamento, un posto di rilievo merita l’Enciclopedia Treccani che, nell’edizione del 1929, così scrive: “Il 19 agosto 1893, in un periodo di tensione franco-italiana, circa 400 operai italiani, che lavoravano in A., furono gettati nel Rodano dalla folla imbestialita”. Affermazione surreale visto che il Rodano non passa da Aigues-Mortes. La data del 19 agosto ci fa supporre che si tratti piuttosto di quella del giornale consultato dal compilatore della voce. E qui sta il punto.
Durante i giorni successivi all’eccidio, le prime pagine dei quotidiani italiani riportano con grande evidenza le notizie provenienti da Parigi. Ma cosa se ne sa a Parigi di ciò che è avvenuto a 800 chilometri di distanza? Nessun giornalista residente nella capitale pensa bene di recarsi in loco. Pervengono dispacci dal capoluogo del dipartimento, Nîmes dove il sentito dire e le manipolazioni prefettizie regnano sovrane con i quali si confezionano gli articoli che vengono spediti alle redazioni della Penisola. Nella selezione dei vari dati di cui si viene a conoscenza, risulta essere determinante l’orientamento politico del giornale: conciliante l’atteggiamento degli organi filogovernativi Giolitti aveva iniziato una marcia di riavvicinamento verso la Francia che l’eccidio ostacolava –, catastrofista invece quello dei fogli triplicisti legati all’opposizione crispina.
Queste fonti giornalistiche alimentarono per decenni gli scritti che in Italia fecero riferimento all’eccidio: manuali scolastici, storie generali, enciclopedie, e quant’altro. In Francia, invece, l’avvenimento venne totalmente occultato: neanche i libri sulla storia della città di Aigues-Mortes ne facevano menzione. Solo negli anni Settanta del secolo scorso un gruppo di ricercatori, i cui nomi sono Pierre Milza per la Francia, Nunziata Lo Presti, Lucio D’Angelo, Teodosio Vertone e il sottoscritto per l’Italia, pensò bene di andare a frugare tra le carte degli archivi e nei loro articoli la verità cominciò a farsi strada. Nel 1993, in occasione del centesimo anniversario, chi scrive pubblicò in Italia e in Francia il primo libro dedicato all’argomento1 articolando la ricostruzione in tre momenti: contesto, fatti e conseguenze. Nel 2010, giunse il libro di Gerard Noiriel che con padronanza inquadra l’avvenimento all’interno delle tensioni della Terza Repubblica e formula interessanti ipotesi di ascendenza sociostorica, ma che non si scosta da un’ottica francocentrica, ignorando sostanzialmente la produzione storiografica e gli archivi in italiano.
Malgrado le certezze acquisite dalla storiografia, le principali, se non le sole, fonti di molte delle successive citazioni e ricostruzioni continuarono ad essere gli articoli pubblicati a caldo dalla stampa dell’epoca ai quali abbiamo fatto cenno. Metto da parte la frottola allucinante dei due bambini italiani impalati e portati come trofeo per le strade della città e passo a quanto ebbe a scrivere un noto giornalista di Repubblica nel 2009. Una “guerra tra poveri” contro la manodopera italiana dichiarata in Inghilterra dai locali al grido di British jobs for British workers gli fece venire in mente Aigues-Mortes dove scrisse dopo aver consultato la raccolta di un vecchio quotidiano alcune decine di operai italiani vennero uccisi, scuoiati e messi sotto sale. La fonte mescolava (per superficialità o per malafede?) l’eccidio che era appena avvenuto con un episodio che aveva avuto luogo nella stessa cittadina qualche secolo prima, nel 1421, quando ai cadaveri dei soldati borgognoni trucidati dai nemici venne fatto subire quel sanitario così si pensava trattamento. Talvolta non si tratta tanto di mancata verifica delle fonti quanto di pregiudizio ideologico, magari inconscio: in occasione del 120° anniversario, nell’agosto 2013, il Secolo XIX ospitò un articolo di un autorevole storico dell’Università di Genova secondo il quale la xenofobia anti-italiana era dovuta alla presenza di operai provenienti dall’Italia meridionale. No, caro professore, il razzismo non guarda in faccia a nessuno: neanche un immigrato nelle saline era nato a sud della provincia di Pisa.
La consultazione degli archivi di Aigues-Mortes, di Angoulême (dove si svolse il processo), del MAE di Roma e dei comuni dai quali provenivano le vittime ci permette di conoscerne il numero e l’identità. Il massacro si consumò verso il mezzogiorno di quella lugubre giornata. La mattina, gli operai italiani, in gran parte piemontesi, che lavoravano nella salina della Fangouse, a otto chilometri dalla città, vedono arrivare circa cinquecento malintenzionati armati di randelli e di forconi. Alcuni scappano, altri si rifugiano, su consiglio dei pochi gendarmi accorsi sul posto, nella baracca che costituisce il loro misero alloggio. La costruzione viene presto assediata e presa d’assalto; qualcuno riesce a salire sul tetto, lo sfonda e prende a lapidare i malcapitati. Si teme il peggio. Al capitano Cabley che comanda i gendarmi perviene la notizia che, su indicazione del prefetto, gli italiani sono stati tutti licenziati e che vanno portati alla stazione perché tornino al loro paese.
Inizia dunque la marcia verso la stazione: un’ottantina di italiani protetti da venticinque gendarmi a cavallo e seguiti da una folla delirante che, appena si crea un varco, non esita a colpire selvaggiamente con randelli e forconi. Molti, quando possono, fuggono tra i vigneti che costeggiano il sentiero in cerca di salvezza; vengono sistematicamente rincorsi e, se acciuffati, colpiti senza pietà. Tra i fuggiaschi, Secondo Torchio, un giovane di Tigliole (Asti). Carlo Bonello, un altro tigliolese che si trovava assieme a lui, dichiarerà che Secondo che non mangiava da due giorni perché non aveva ancora potuto essere assunto dopo essere scappato, era stato inseguito e raggiunto da una “turba inferocita”. Lo aveva visto allargare le braccia e cadere a terra in mezzo alla campagna. Tra gli altri fuggitivi, Giovanni Giordano (il “portavoce degli italiani”), ventiquattrenne di Palanfrè (frazione di Vernante), che viene raggiunto da quattro individui che lo buttano a terra e lo picchiano senza tregua. Prima che muoia, uno dei francesi invita i propri compagni a fermarsi perché ha riconosciuto nel Giordano un vecchio compagno di lavoro. Nell’aria risuonano gli spari di alcuni bracconieri che si sono uniti alla folla.
Allorquando le mura medievali della città cominciano a farsi più nitide e si pensa che il calvario stia per finire, dalla Porta della Regina si vede uscire un’altra banda formata da centinaia di esagitati. Lo scontro è inevitabile e la caccia all’uomo non trova ostacoli. Per mettere fine al massacro, il capitano fa sparare in aria. Quando si riesce a ripartire, in terra giacciono sei cadaveri.
Svoltato l’angolo delle mura, la strada si restringe. Enormi pietre vengono lanciate da ogni parte. “Come bestie portate al macello – scrive il Procuratore generale – gli italiani si sdraiano sulla strada, sfiniti, aspettando la morte, lapidati, storditi, lasciando a ogni passo uno dei loro”. Un certo Buffard, tenendo il manico di una pala con le mani, colpisce i feriti con inaudita violenza. Qualcuno si salva fingendo di essere morto. Per un altro italiano, però, non ci sarà scampo.
Si riesce a porre in salvo la trentina di sopravvissuti nella vicina Torre di Costanza. Alle 17 giunge da Nîmes la truppa tante volte richiesta nel corso della giornata. Il capitano con alcuni uomini si reca sui luoghi del massacro con alcuni carretti. Caricano sette cadaveri e diciassette feriti che trasportano nell’ospizio cittadino gestito da suore.
La mattina del giorno successivo, 18 agosto, vengono fatti fotografare i sette morti che saranno sepolti anonimamente in una fossa comune nel cuore della notte. Le foto vengono consegnate al console italiano a Marsiglia Bartolomeo Durando, il quale il 20 è arrivato ad Aigues-Mortes, ai fini dell’identificazione. Durando, accompagnato dall’assessore Advenier che è anche agente consolare italiano, fa visita ai feriti (“assaliti con randelli, mazze, pietre e forconi per finirli come si farebbe contro i cani idrofobi” scriverà) che sono rimasti all’ospizio perché intrasportabili. Uno di essi, il ventinovenne pinerolese Vittorio Caffaro, morrà di tetano il 17 settembre dopo atroci sofferenze.
Gli altri italiani già nel tardo pomeriggio del 17 sono stati fatti salire su un treno alla volta di Marsiglia. Chi non risiede in Francia o non deve farsi medicare nel locale ospedale prosegue per l’Italia. Tra questi, c’è Amaddio Caponi, trentacinquenne di San Miniato (Pisa). Sul treno si sente male. Viene fatto scendere alla stazione di Porto Maurizio e portato nel locale ospedale dove morrà il 26 agosto. La sua famiglia riceverà l’indennizzo di 19.000 lire.2
Al ritorno di Durando in Consolato, si cerca di identificare le vittime tramite le foto, si stende la lista degli operai italiani presenti nelle saline e quella dei dispersi. Per le prime due operazioni ci si rivolge ai connazionali che sono rimasti in Francia e in particolare ai capisquadra; per la terza, si registrano testimonianze “Con me c’era XX che poi non ho più visto” o lettere che pervengono dall’Italia “Mio padre XX non dà più segni di vita, pensiamo si trovasse ad Aigues-Mortes. Si tratta quindi piuttosto di una lista di presunti dispersi che andrà assottigliandosi col passare del tempo. Alcuni autori danno per buona la prima lista contenente quattordici nomi che vengono aggiunti ai “morti ufficiali” per fare un bilancio complessivo. Si ignora che in quella lista si trovano Ernesto Giuliano di Oneglia, Chiaffredo Mainero di Moretta, Ermolao Marconi di Calci, Giovanni Reggi e altri che sono vivi e vegeti come ci informano i successivi documenti consolari. Nessun familiare di questi presunti morti, inoltre, farà domanda di indennizzo all’apposita Commissione governativa che pubblicherà i risultati dei suoi lavori nella Gazzetta Ufficiale del 19.7.1894. Tra i novantasei feriti (“gravemente”, “seriamente” e “leggermente”) che saranno indennizzati si trovano invece alcuni dei nominativi della prima lista dei dispersi.
Nella lista si trova anche il nome di Secondo Torchio del quale abbiamo parlato. La mamma, Teresa Secco, viene a sapere da Carlo Bonello quanto abbiamo più su riferito. È quindi convinta, come afferma al sindaco di Antignano, paese nel quale abita, che suo figlio sia stato ucciso. Non riceve alcun indennizzo perché il corpo di Secondo non è stato ritrovato e non si è quindi sicuri della sua morte. Ancora 13 anni dopo, non avendo più visto il figlio e vivendo nella miseria, reitera, senza successo, la richiesta di indennizzo tramite un deputato locale. È da supporre, invece, che Secondo Torchio sia rimasto vittima dell’omertà, oltre che della follia xenofoba. Il 21 settembre 1893 il vicario di Aigues-Mortes, dà “sepoltura ecclesiastica a uno sconosciuto”. Come escludere che si tratti del corpo di Secondo Torchio ritrovato tra le vigne? Il fatto che la registrazione, malgrado sia passato più di un mese e ci siano state nel frattempo non poche sepolture, venga effettuata immediatamente dopo quella delle vittime inumate dopo il massacro, lascia intendere che il primo a formulare quest’ipotesi sia stato proprio il sacerdote.
Nessuna comunicazione del ritrovamento di questo cadavere fu data alle autorità italiane; probabilmente per non appesantire il, già pesante, contenzioso che le trattative diplomatiche avevano iniziato ad affrontare.

Con ogni probabilità, dunque, le vittime ammontano a dieci. Passiamo rapidamente adesso al problema della loro identificazione. Le testimonianze raccolte in Consolato permettono di identificare cinque dei sette fotografati. Si tratta di Carlo Tasso, 58 anni, di Montalero, oggi frazione di Cerrina (Alessandria); Bartolomeo Calori, 26 anni, di Torino; Giuseppe Merlo, 29 anni di S. Biagio, frazione di Centallo, (Cuneo); Lorenzo Rolando, 31 anni di Altare (Savona); Paolo Zanetti, 29 anni, di Nese, oggi frazione di Alzano Lombardo (Bergamo).3 Alcuni cadaveri non vengono riconosciuti, ma la cosa non è così semplice, infatti le ricerche e le indagini continuano in Italia. I familiari di Giovanni Bonetto, trentunenne di Frassino (Cuneo) emigrato assieme al fratello a Marsiglia da otto anni, fanno in modo che la foto sia fatta pervenire al sindaco del paese che riconosce Giovanni così come lo riconoscono i familiari e vari conoscenti. La Commissione per le indennità è diffidente, ma anche il medico legale incaricato dal questore di Roma riconosce Giovanni sulla base della presenza di tracce di una ferita che egli aveva subìto da adolescente e della quale avevano riferito i familiari. La pratica si incaglia tra i meandri della burocrazia e i familiari di Giovanni Bonetto non riceveranno alcun risarcimento. Se si pensa che di Giovanni a Frassino (né a Marsiglia per quanto si sappia), dopo l’eccidio non si registra alcuna traccia, c’è da pensare che lo Stato abbia mostrato nel suo caso, come in quello di migliaia di altri emigrati, un volto non propriamente umano.

Dopo l’eccidio, circolava la voce che dei cadaveri di italiani potessero trovarsi nelle campagne. Il console Durando richiese alle autorità francesi un’accurata ricerca che non diede alcun risultato. Dalle carte della Commissione per le indennità della quale tutti in Italia erano a conoscenza non emerge alcuna richiesta di indennizzo per decesso a persone diverse da quelle summenzionate.
Le vittime del massacro fino a prova contraria, naturalmente sono quindi dieci: sei piemontesi, un lombardo, un toscano, un ligure e una rimasta non identificata. Non è improbabile che si continui a parlare di “numero imprecisato”, di “50 morti come sostiene il Times”, di corpi “sepolti dalle (inesistenti) sabbie mobili” o “trascinati dalla corrente (uguale praticamente a zero) dei canali”. Ben altro, però come abbiamo visto, è quanto emerge dai documenti che poco spazio lasciano all’immaginazione.

1.   Cfr. Enzo Barnabà, “Aigues-Mortes, una tragedia dell’immigrazione italiana in Francia”, Torino e “Le sang des marais”, Marsiglia che, aggiornati, sono oggi diventati “Morte agli italiani!”, Infinito edizioni, Formigine, 2008 e “Mort aux Italiens!”, Éditalie, Toulouse, 2012.
2.   Cfr. Commissione delle indennità ai danneggiati di Aigues-Mortes, seduta del 13 marzo 1894, Archivio MAE, serie Z, B. 130.
3.   Cfr. Enzo Barnabà, “Mort aux Italiens!”, op. cit. p. 112. Diversamente da quanto scrive Gérard Noiriel in “Il Massacro degli italiani”, Tropea, Milano, 2010, p. 209, Mariano Ferrini di Morrona, frazione di Terricciola (Pisa) non è da annoverare tra le vittime: riceve dalla Commissione la somma di 750 lire a causa delle ferite riportate e inoltre nel 1933 era ancora in vita poiché trasferiva il proprio domicilio da Terricciola a Livorno (Anagrafe di Terricciola).


mercoledì 10 agosto 2016

Il prezzo del sogno Europa: l’indagine “Fake link” e le testimonianze raccolte in “Lungo la rotta balcanica”

111 viaggi per oltre mezzo milione di euro, questi sono i numeri che risultano dall’indagine “Fake link” condotta dalla Sezione anticrimine di Udine che ha portato all'arresto di quattro pachistani con l’accusa di traffico di esseri umani. Secondo l’indagine l’organizzazione richiedeva un importo dai 350 ai 500 euro per il viaggio dal campo profughi di Bicske, in Ungheria, fino in Italia; se il percorso era più impegnativo e utilizzava la rotta balcanica il prezzo oscillava dai due ai 3.000 euro.
Questi dati confermano quanto testimoniato dal libro di Anna Clementi e Diego Saccora dal titolo “Lungo la rotta balcanica. Viaggio nella Storia dell’Umanità del nostro tempo”, nel breve estratto che pubblichiamo qui.
 “Ciao Anna, come stai? Ma come parli bene arabo, sei diventata araba anche tu! Anna, ti devo chiedere un favore. Sono ad Abu Dhabi con la mia famiglia. Abbiamo problemi col visto, non possiamo più rimanere qui. E tor­nare in Siria è impossibile. La mia casa è stata distrutta, tutti i miei parenti se ne sono andati. Abbiamo deciso di andare in Svezia. Da Abu Dhabi in aereo fino in Turchia. E da lì in nave, prima in Grecia, poi in Italia e da lì in Svezia”.
Rimango senza parole. Per un attimo ricordo il volto sorridente e spensierato di Omar a Beit Jabri, seduti nel bellissimo cortile arabo in attesa del kebab che aveva appena ordinato. “Via mare? Ma è pericoloso Omar. At­tento alle impronte”.
“Anna, non abbiamo soluzioni. Sappiamo che è pericoloso. Che l’Italia prende le impronte, e che poi per il regolamento di Dublino saremo costretti a chiedere asilo lì. Ma noi diremo che non vogliamo rimanere in Italia. Lì c’è crisi, non c’è lavoro. Che cosa veniamo a fare in Italia? In Turchia abbia­mo dei contatti di alcuni bravi trafficanti, che ci porteranno in Grecia e poi in Italia per 3.000 dollari a testa. Questo è già organizzato. Ti chiamo per sapere se hai contatti in Italia, come devo fare per raggiungere la Svezia. So che costa 800-1.000 euro a persona e che devo andare a Milano”.

Lungo la rotta balcanica. Viaggio nella Storia dell’Umanità del nostro tempo racconta un viaggio lungo quella via che dal 2015 rappresenta la porta d’ingresso all’Europa e per la quale sono transitate oltre un milione di persone. Un viaggio nel fango dei campi profughi, in mezzo a donne e bambini incatenati dalla burocrazia; tra le reti e i muri che hanno reso di nuovo l’Europa un continente diviso e ostile; tra sogni che s’infrangono contro la dura realtà fatta di respingimenti e di campi di raccolta in Grecia e in Turchia e in qualunque altro Paese non faccia parte dell’Unione europea.

venerdì 5 agosto 2016

6 agosto 1991, da Ginevra il primo sito web on line


Il 6 agosto del 1991 il ricercatore del CERN di Ginevra Tim Berners-Lee metteva on line il primo sito web, dando così compimento all’idea, partita proprio dai laboratori di Ginevra nel 1989, di elaborare un programma informatico per la condivisione scientifica dei dati: questo software si proponeva di migliorare la comunicazione e la cooperazione tra i ricercatori del CERN permettendo la visualizzazione e condivisione dei dati immessi indipendentemente dalla piattaforma informatica utilizzata. Era l’albore del World Wide Web, comunemente noto con l’abbreviazione WWW o web, la possibilità di navigare e usufruire di un’enorme quantità di dati multimediali e servizi, accessibili dagli utenti di Internet. All’inizio il software, come previsto, venne utilizzato solo dalla comunità scientifica ma, dal 30 aprile del 1993 il CERN decise di rendere pubblica la tecnologia alla base del web. A tale decisione fa seguito un immediato e ampio successo del web in virtù della possibilità offerta a chiunque di diventare editore, della sua efficienza e, non ultima, della sua semplicità. Con il successo del web ha inizio la crescita esponenziale e inarrestabile di Internet ancora oggi in atto, nonché la cosiddetta "era del web".