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mercoledì 26 aprile 2017

26 aprile 1986, il disastro di #Chernobyl

Infinito edizioni – novità in libreria

Giardino Atomico. Ritorno a Chernobyl
(€ 11,00 – pag. 96 – con foto b/n)

di Emanuela Zuccalà
Prefazione di Giuseppe Onufrio
Postfazioni di Roberto Rebecchi e Massimo Bonfatti


Chernobyl, 26 aprile 1986. L’esplosione del reattore numero 4 della centrale nucleare ucraina scatena una potenza radioattiva quattrocento volte superiore alle bombe sganciate dagli americani sul Giappone. Il disastro viene inizialmente nascosto dalle autorità sovietiche e ancora oggi non se ne conosce l’intera portata. Tre decenni dopo, quando i lavori di messa in sicurezza della struttura sono ancora lentamente in corso, questa indagine sul campo racconta tutta la verità: le bugie sulla gravità dell’incidente; la nube radioattiva che ha lambito l’Europa intera; i “liquidatori” che hanno perso la vita a pochi giorni dall’esplosione; donne, uomini e bambini morti o gravemente malati a causa degli elementi radioattivi liberati in natura; il mostro radioattivo che continua a colpire ancora oggi. I dati pubblici dell’Unscear e il governo ucraino affermano che il pericolo è passato, minimizzando il rischio, ma le indagini indipendenti asseriscono il contrario: chi è tornato o si è trasferito a vivere sui terreni e nelle case nei dintorni della centrale è costantemente a rischio.
“I racconti e le testimonianze di questo libro indagano la dimensione umana e restituiscono un’idea della catastrofe sociale, che è stata una delle conseguenze principali dell’esplosione del reattore numero 4”. (Giuseppe Onufrio)
Chernobyl con le sue conseguenze è ancora presente e lo sarà per molto tempo a venire: nessun sarcofago potrà proteggere la vita di coloro che oggi e domani abiteranno il suo ‘giardino atomico’.
Per questa ragione è indispensabile ancora oggi conoscere, raccontare e non dimenticare”. (Roberto Rebecchi)
“Le radiazioni uccidono in differita. Ricordiamocelo per i nostri figli. Lanciamo l’allarme: siamo ancora in tempo”. (Massimo Bonfatti)


Con il patrocinio di Greenpeace, Legambiente Solidarietà e Mondo in Cammino


lunedì 24 aprile 2017

25 aprile, festa della Liberazione

Durante la seconda guerra mondiale, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, nacque in Italia la Resistenza. Il movimento sorse dall'impegno comune di individui, partiti e movimenti che decisero di contrastare l’occupazione militare tedesca e quella della Repubblica Sociale Italiana, fondata da Benito Mussolini sul territorio controllato dalle truppe della Germania nazista.

La Resistenza, che può essere inquadrabile nel più ampio fenomeno europeo della resistenza all'occupazione nazista, fu caratterizzata in Italia dall'impegno unitario di molteplici e talora opposti orientamenti politici (ricordiamo tra questi cattolici, comunisti, liberali, socialisti, azionisti, monarchici). La Resistenza raccolse quindi sia gruppi organizzati che spontanei di differenti estrazioni politiche, uniti però nel comune intento di opporsi militarmente e politicamente al governo della Repubblica Sociale Italiana (RSI) e degli occupanti nazisti tedeschi.

Ne scaturì la "guerra partigiana", che si concluse il 25 aprile 1945, quando l'insurrezione armata proclamata dal Comitato di liberazione nazionale per l'Alta Italia (CLNAI) riuscì a controllare la maggior parte delle città del nord del Paese, che era l'ultima parte di territorio ancora occupata dalle truppe tedesche in ritirata verso la Germania e soggetta all'azione repressiva delle formazioni repubblichine della Repubblica Sociale Italiana cui il movimento partigiano opponeva la propria resistenza. La resa incondizionata dell'esercito tedesco si ebbe il 29 aprile.

La Resistenza italiana terminò formalmente il 29 aprile, con la resa incondizionata dell'esercito tedesco. Ma i giorni dal 25 al 29 aprile furono intensi: infatti il 27 aprile Benito Mussolini fu catturato a Dongo, vicino al confine con la Svizzera, mentre, travestito da soldato tedesco tentava di espatriare assieme all'amante Claretta Petacci. Riconosciuto dai partigiani, fu fatto prigioniero e giustiziato il giorno successivo, il 28 aprile, a Giulino di Mezzegra, sul lago di Como. Il suo cadavere venne esposto impiccato a testa in giù, accanto a quelli della stessa Petacci e di altri gerarchi, in piazzale Loreto a Milano, ove fu lasciato alla disponibilità della folla. In quello stesso luogo otto mesi prima i nazifascisti avevano esposto, quale monito alla Resistenza italiana, i corpi di quindici partigiani uccisi.

Il 2 maggio il generale inglese Alexander ordinò la smobilitazione delle forze partigiane, con la consegna delle armi. L'ordine venne in generale eseguito. Una parte delle forze partigiane fu arruolato nella "polizia ausiliaria" ad hoc costituita.


Segnaliamo questi testi sull’argomento

venerdì 21 aprile 2017

22 APRILE, GIORNATA MONDIALE DELLA TERRA

La Giornata mondiale della Terra è il nome usato per indicare il giorno in cui si celebra l’ambiente e la salvaguardia del pianeta Terra. Le Nazioni Unite celebrano questa festa ogni anno, il 22 aprile, un mese e due giorni dopo l’equinozio di primavera. La celebrazione, che vuole coinvolgere il maggior numero di Paesi, è stata istituita il 22 aprile 1970 per sottolineare la necessità della conservazione delle risorse naturali della Terra.
Quest’anno Earth Day Italia, in accordo con il Ministero dell'Ambiente, ha deciso di incentrare le celebrazioni della 47° Giornata Mondiale della Terra sul tema dell'educazione ambientale favorendo così l'incontro tra la scuola e il mondo dell'offerta formativa, promossa da istituzioni e organizzazioni. Per l'edizione 2017 della Giornata della Terra, Earth Day Italia intende celebrare questo importante momento con iniziative di assoluta qualità che saranno ospitate per il quarto anno consecutivo a Villa Borghese, dal 21 al 25 aprile all'interno del Villaggio per la Terra; un ruolo centrale sarà attribuito all'appuntamento "Educazione ambientale in festival" nelle prime due giornate, le più significative della manifestazione, 21 e 22 Aprile.
Per festeggiare la Giornata mondiale della Terra segnaliamo la novità in libreria di Carlo Carere e Gian Giuseppe Ruzzu Incubo radioattivo, un libro verità che, in una trama avvincente e adrenalinica, disvela in forma narrativa i più scottanti segreti emersi nelle indagini parlamentari e giudiziarie sui traffici mondiali di scorie nucleari. 

Il tema del cambiamento climatico e del rapporto tra uomo e natura è affrontato da Andrea Merusi in La sfida di oggi che, nelle conclusioni, evidenzia delle possibili strade da percorrere – nell’ambito della green economy – per contrastare e prevenire i fenomeni di catastrofi naturali che vediamo verificarsi sempre più di frequente. 

giovedì 20 aprile 2017

L’arresto di Gabriele Del Grande

Sono trascorsi oltre dieci giorni da domenica 9 aprile, giorno in cui il nostro autore Gabriele Del Grande, reporter e documentarista, è stato arrestato dalle autorità turche al confine tra la Turchia e la Siria. Gabriele, attualmente trattenuto in un centro di detenzione amministrativa a Mugla, ha potuto telefonare solo martedì sera alla compagna Alexandra D’Onofrio, raccontandole di non aver più il suo telefono cellulare, né i documenti e le sue cose. Gabriele ha rassicurato Alexandra sulla sua salute e l’ha informata di essere stato interrogato più volte, ma di non aver ancora avuto diritto a un avvocato. Per questo Gabriele ha iniziato uno sciopero della fame, invitando tutti a mobilitarsi per il rispetto dei suoi diritti.
Notizie diplomatiche informano che domani, venerdì, il consolato italiano in Turchia potrà incontrare Gabriele e che il ministro degli Esteri italiano Alfano ha chiamato ieri il collega turco per ribadire la richiesta del rilascio immediato del reporter toscano, ricevendo una risposta di massimo impegno dal governo di Ankara perché la procedure vengano concluse al più presto. Sul caso è intervenuta anche l'Alto rappresentante Ue per la politica estera Federica Mogherini che afferma: "Ci siamo coordinati con le autorità italiane fin dal primo momento, come facciamo in casi simili in cui la responsabilità principale è dello Stato membro. L'Ue, in questo particolare caso, si è attivata per sostenere l'azione dell'ambasciatore italiano ad Ankara, che oltretutto ho sentito nei giorni scorsi, per sostenere l'azione della Farnesina e del governo italiano rispetto alle autorità turche".
Sono tantissime le manifestazioni di solidarietà a Gabriele partite in questi giorni, a cominciare da un appello alle istituzioni firmato da Francesca Borri, Concita De Gregorio, Giovanni De Mauro, Stefano Liberti, Valerio Mastandrea, Andrea Segre e dal regista Daniele Vicari. "Conosciamo Gabriele Del Grande da molti anni – si legge nell'appello – abbiamo condiviso con lui viaggi, inchieste e racconti, avendo l'onore e il piacere di apprezzare la professionalità e l'umanità con cui ha sempre condotto le sue ricerche. Il suo contributo alla democrazia del nostro Paese è da anni di enorme valore, grazie alla sua capacità di incontrare, conoscere e capire realtà diverse e complesse, grazie alla sua lucidità nel saper collegare responsabilità politiche a quotidiane ingiustizie subite da uomini e donne delle tante culture che vivono nell'Italia e nel Mediterraneo di oggi".
Le piazze italiane si stanno mobilitando con tantissime iniziative; tra le tante ricordiamo che sabato 22 aprile a Palermo,
alla vigilia della XXXII Assemblea generale di Amnesty International Italia, si tiene un’iniziativa in favore di Gabriele. A partire dalle 16,00 ai Cantieri culturali della Zisa, Alessio Genovese, reporter che ha collaborato in diverse occasioni con Del Grande, e Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, aggiorneranno sulla situazione di Del Grande e sulle iniziative in corso per sollecitarne il rilascio. Seguirà la proiezione del documentario “Io sto con la sposa”, realizzato nel 2014 da Antonio Augugliaro, Khaled Soliman Al Nassiry e da Gabriele.
E il web, che segue Gabriele da sempre con affetto, si augura la sua liberazione al più presto attraverso l’hastag #iostocongabriele e #FreeGabriele


Con la nostra casa editrice Gabriele Del Grande ha pubblicato: Il mare di mezzo, Mamadou va a morire e Roma senza fissa dimora

venerdì 7 aprile 2017

Pillole di storia: 7-9 aprile 1992

7 aprile 1992, siamo nei primi giorni dell’assedio che terrà prigioniera Sarajevo per circa 1.400 giorni. Ricordiamo quei giorni grazie al lavoro del nostro autore Bruno Maran in Dalla Jugoslavia alle Repubbliche indipendenti che ripercorre gli ultimi decenni della storia jugoslava, anno per anno, giorno per giorno.
7 aprile – Un timido sole illumina Sarajevo colpita dal delirio di una logica razzista, avente l’obiettivo di distruggere la convivenza civile, il komšiluk. Scrive Kemal Kurspahić, nell’editoriale su Oslobodjenje: “Chi non sta dalla parte giusta in queste ore, non sarà mai più in grado di ritornare alla ragione. Chi si ritrova sulle posizioni da cui si spara ai bambini, condanna se stesso e non dovrà attendere il giudizio del tempo. Questo è il tempo in cui ognuno di noi ha un’opportunità di incontrare la propria coscienza e di fare una scelta, in questo momento sono il diritto alla vita e alla dignità che vanno difesi. Ecco perché le vittime innocenti vivranno molto più a lungo dei loro assassini. Dio benedica le loro anime”.
A Banja Luka, l’assemblea del popolo serbo proclama l’indipendenza della Repubblica serba di Bosnia, con l’intenzione di federarsi a Serbia e Monte­negro per creare una “nuova Jugoslavia”. Non è chiaro quali saranno i confini dell’auto-proclamata repubblica, sicuramente in sintonia con il Memorandum dell’Accademia delle Arti e delle Scienze di Belgrado, che teorizzò, sia pure tra le righe, la “pulizia etnica”. La bandiera è quella tradizionale della Serbia, con la croce e le “quattro C” cirilliche al centro: Samo Sloga Srbina Spasava (Solo l’unità salverà i serbi). I serbo-bosniaci cantano: Vendi la vacca e compra il fucile!.
Nel villaggio a etnia mista di Kuljenovci, nel nord della BiH, due soldati della Jna cadono in un’imboscata mentre sono di pattuglia. Carri armati croati pas­sano il ponte di Derventa. Al censimento del ‘91, la municipalità di Derventa era composta per il 40% da serbi, 38% da croati e il 12% da musulmani.
8 aprile – Izetbegović dichiara lo stato d’emergenza e costituisce la strut­tura della Difesa territoriale. Comandante il bosniaco musulmano Hasan Efendić, ex colonnello della Jna; vice-comandanti Jovan Divjak, serbo di Belgrado, da decenni residente a Sarajevo e il croato Stjepan Šiber; primo capo di Stato maggiore è Sefer Halilović. La Bosnia è priva di Difesa ter­ritoriale. Molto prima delle ostilità, nel maggio del 1980, ha consegnato 300.000 armi, tra cui fucili, mortai e artiglieria leggera, alla Jna. Se soltanto la metà delle armi consegnate fossero state trattenute dalle forze bosniache, la guerra in Bosnia avrebbe avuto un altro corso…
La Jna bombarda Zvornik, dove è ucciso il corrispondente di Oslobodjenje. I četnici serbo-bosniaci lo trovano alla macchina da scrivere, lo trascinano fuori, in un cimitero, dove è trucidato con altri undici civili. A Grude s’in­sedia il Consiglio di Difesa croato Hvo, quale “unica forma di difesa istitu­zionale” dei croati di Bosnia.
Durante il mese di aprile pesanti bombardamenti su Sarajevo da parte del­le forze serbo-bosniache che hanno occupato tutte le postazioni strategiche sopra la città e si sono impossessate degli armamenti dell’Armata federale, compresi quelli appartenuti alla Difesa territoriale. Il sibilo delle granate e il tiro dei cecchini sovrastano il vociare dei mercati della città. Gli obiettivi mili­tari sono trascurati, il bersaglio è l’intera città, per terrorizzarla, per affamarla: “Alle ore 00,00 un proiettile T.130 m/m. Alle ore 2,00 un proiettile T.130 m/m! Alle ore 4,00 un proiettile T.130 m/m. Alle ore 6,00 un proiettile T.130 m/m”.
L’utilizzo di cecchini diventa una pratica diffusa e ben remunerata. I cec­chini, spesso ex campioni di tiro a segno o tiratori scelti, sparano a colpo sicuro sulla popolazione, che rappresenta il vero ostaggio di questo assedio. Sono pagati molto bene per il loro sporco lavoro. C’è chi dice che incassino un premio per ogni colpo a segno può variare tra i 200 e i 500 marchi, tal­volta anche 1.000 per certi target difficili, come i bambini mentre giocano. Secondo altri il pagamento non è “a testa” ma a giornata o a settimana, ma sempre molto elevato. È circolata con insistenza la voce secondo cui posta­zioni di tiro siano state affittate a caro prezzo a cacciatori occidentali, anche italiani, in cerca di emozioni forti: sparare a prede umane.
9 aprile – Izetbegović ordina l’unificazione dei gruppi paramilitari musul­mani e croati di Bosnia, ma l’obiettivo è difficile da raggiungere per la rilut­tanza croata alla perdita di autonomia e per i sempre più frequenti contrasti all’interno del campo musulmano. Il Partito di azione democratica (Sda) di Izetbegović, nel tentativo di influire sulle strutture di comando, provoca un’emorragia tra i combattenti “non musulmani”.

L’Armata federale occupa più del 60% del territorio bosniaco in nome del progetto di costituzione della “Grande Serbia” e per il controllo delle aree stra­tegiche per la sopravvivenza dell’Armata stessa. A Banja Luka, Travnik, Vitez, Konjic, Goradže, Mostar hanno sede le maggiori industrie belliche “jugosla­ve”. Gli abitanti, che non sposano la causa serba sono trucidati o internati in campi di concentramento, come quello di Sanski Most. I più fortunati sono deportati “fuori dalla terra serba”, spesso con l’aiuto o la connivenza della Croce rossa. “Sciacalli e cani di guerra” fanno razzie d’ogni genere. Secondo una commissione del Senato degli Stati Uniti, in questa fase sono uccise circa 35.000 persone. Le stime dell’Unhcr affermano che almeno 420.000 sono costrette alla fuga e almeno 200 case sono incendiate ogni giorno. Ovunque la popolazione è terrorizzata e incredula. Chi può scappa, pensando che in breve tempo tutto si dissolverà come un brutto incubo. Sono migliaia le fa­miglie che fuggono con la speranza di poter ritornare dopo poche settimane. Da Sarajevo partono sugli ultimi aerei, le auto stracariche, i treni e le corriere. Almeno 10.000 studenti lasciano l’università. Il flusso continua per tutto il mese, alla fine saranno oltre 100.000 i cittadini che abbandonano la capi­tale, riversandosi su Zagabria, Tuzla, Belgrado, in Montenegro e all’estero, soprattutto in Germania. A detta di qualche analista l’assedio di Sarajevo riveste una funzione diversiva: concentrare le preoccupazioni della comunità internazionale sulle sorti della capitale e distogliere l’attenzione dalle feroci operazioni di “pulizia etnica” in atto sul resto del territorio bosniaco.